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La differenza tra collera e rabbia

La differenza tra collera e rabbia

È opinione diffusa che le religioni si occupino di questioni metafisiche e propongano precetti difficilmente applicabili nelle esperienze della vita quotidiana. Una situazione di vita personale accaduta di recente è stata invece l’occasione per testimoniare l’esatto contrario.

Da qualche tempo devo convivere con una situazione che costituisce una manifesta ingiustizia nei miei confronti, causata da decisioni e comportamenti di altre persone che hanno un diverso grado di responsabilità. Un paio di settimane fa mi trovavo con una di esse a parlare di argomenti legati a questa situazione, e già in passato abbiamo avuto qualche episodio di tensione. A un certo punto del colloquio una frase del mio interlocutore ha sollecitato proprio quel nervo scoperto. Sono stato assalito da un immediato e incontenibile moto d’ira che non ho rivolto verso il mio interlocutore, ma che mi ha spinto abbandonare la stanza visibilmente adirato. Resomi conto dello stato in cui ero, ho deciso di uscire dall’edificio per far sbollire la rabbia con una passeggiata all’aria aperta.
Mi sono subito chiesto come una sua frase, peraltro riferita a un evento accaduto a una persona terza, potesse avere causato una reazione così impetuosa e incontrollabile. La risposta a questa domanda è chiaramente contenuta in un principio cardine della visione buddista riguardo alla dinamica della vita umana: il principio dei “Dieci fattori”. Quella frase è stata la causa esterna che ha generato una reazione (effetto manifesto) a partire da una causa interna già presente in me, cioè un serbatoio di rabbia accumulato nel corso del tempo e pronto a esplodere se innescato da una scintilla. Una volta diradati i fumi della collera, mi sono reso conto non solo che il mio interlocutore non aveva intenzione di ferirmi, ma che l’andamento del nostro colloquio fino a quel momento stava in realtà dimostrando la sua volontà di agire per eliminare quella situazione ingiusta nei miei confronti. Come spesso accade quando siamo preda della rabbia, la rivolgiamo verso le persone sbagliate nelle situazioni sbagliate. Mettendomi nei panni dell’altra persona, era evidente comprendere come la mia reazione fosse spropositata, e sono rientrato per chiedere scusa per il mio comportamento poco riguardoso nei suoi confronti.

Nei giorni successivi ho ragionato sulla differenza tra collera e rabbia. Ho trovato fonte d’ispirazione non solo da insegnamenti buddisti e cattolici, ma anche dalla Divina Commedia di Dante Alighieri.
Nella tradizione cattolica non mancano le testimonianze dell’indignazione di Gesù di fronte alle ingiustizie. La collera di fronte a un’ingiustizia è una reazione assolutamente umana. Riporto l’episodio noto come la purificazione del Tempio (Vangelo di Giovanni 2,13-16):

Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”

Nel Vangelo sono riportati altri episodi d’indignazione di Gesù, come i durissimi “Guai a voi” pronunciati contro scribi e farisei nel Vangelo di Matteo.

In maniera diversa nella forma, ma uguale nella sostanza, il principio dei “Dieci mondi” del buddismo Soka Gakkai afferma che la collera è uno dei dieci mondi interiori che ogni persona può sperimentare in ogni momento. L’affermazione che anche il Budda, simbolo della persona illuminata, non è esente da alcuno dei dieci mondi significa che è assolutamente umano sperimentare i mondi “bassi”, cioè quelli caratterizzati da negatività come collera, stupidità e avidità.
C’è però un’enorme differenza tra provare ed esprimere collera, e nutrirla invece dentro di sé trasformandola in rabbia pronta ad esplodere o rancore che ci consuma interiormente. La rabbia che esplode contro qualcuno, così come il rancore alimentato da collera non espressa, sono stati d’animo che nuocciono a noi stessi e alle nostre relazioni con gli altri.
È esattamente ciò di cui mi sono reso conto dopo il mio scatto d’ira. La rabbia e il rancore ci fanno vivere male, non è un caso che vengano usate espressioni metaforiche come “far venire il sangue marcio” o “mal di fegato“.
Nella Divina Commedia, Dante ha efficacemente rappresentato la condizione dei rabbiosi nel quinto cerchio dell’inferno, immersi nella palude dello Stige. Qui si percuotono e si lacerano a vicenda sulla superficie dell’acqua fangosa. L’acqua torbida e stagnante dello Stige rappresenta l’animo del collerico, agitato da passioni incontrollate e incapace di limpidezza spirituale. La lotta tra i dannati rappresenta l’eterno conflitto sperimentato da chi è preda della rabbia, mentre il fango simboleggia l’imbruttimento morale che ne consegue.

Per concludere, questa vicenda mi ha fatto sperimentare chiaramente che rabbia e rancore fanno male a noi stessi e agli altri. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la collera di fronte a un torto subito è umana e giustificata, e non è errato né riprovevole esprimerla in maniera educata, civile, ferma e decisa.

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