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La lettera di un padre in ricordo del figlio

La lettera di un padre in ricordo del figlio

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Ad alcuni genitori accade di dover accompagnare la morte di un figlio dopo una malattia incurabile. Il mio amico Paolo ha deciso di condividere la lettera che ha scritto, in risposta ad un’amica, qualche tempo dopo la scomparsa di suo figlio Riccardo, morto a 52 anni nel 2022 per un tumore al pancreas. Ecco il testo.

Cara Barbara,
ho ricevuto la tua lettera da dieci giorni ma solo ora mi sono deciso a risponderti. La tua lettera mi ha fatto molto piacere: sei stata l’unica che ha usato carta e penna e, allo stesso modo, io faccio.
Tu mi dici che le persone che abbiamo amato non ci abbandonano mai, e credo anche io che sia così. Alla cerimonia di commiato di Riccardo sono intervenuto per primo raccontando la metafora dell’onda e dell’oceano. Riccardo è l’onda, come tutti noi che siamo onde del mare, che ha finito la sua corsa e che si è dissolta. Ma l’acqua che formava l’onda non è andata perduta, ma si è distribuita nelle onde vicine, portando il suo contributo alla continuazione della loro vite, le nostre.
Tutti noi perciò, il suo prossimo, siamo i continuatori della sua avventura.

Dopo di me, e di Alessandro e di Valerio che hanno ricordato il loro fratellone, si sono alternate al microfono alcune persone con le quali Riccardo ha vissuto.
Naturalmente non tutti hanno parlato, sia per il tempo a disposizione, sia perché non è facile tirar fuori la voce quando la commozione ti impedisce di parlare.
Hanno ricordato Riccardo i suoi amici musicisti, i componenti dei suoi gruppi musicali, i suoi allievi del “Drum Circle”, tutti vestiti di rosso, i suoi colleghi della musicoterapia, le persone che sono state aiutate da Riccardo a valorizzare le loro vite, vincendo insicurezze e paure.
Ne è venuto fuori un ritratto di Riccardo che ha mostrato un gigante buono pieno di umanità, di amore per il prossimo, di un musicista capace di guidare e tirar fuori dagli altri la magia della musica, la magia della condivisione profonda dei cuori che il ritmo e le note riescono ad attivare.
Ed è stata una magia quando tutti si sono resi conto che era vero che l’onda di Riccardo si era riversata in tutti noi: un senso all’unisono di sentirsi più vivi, più buoni, più centrati in quel momento che ci accomunava e ci faceva sentire parte di un tutto comune e avvolgente.

Ho seguito Riccardo nell’ultimo mese. A partire dalle diagnosi di ottobre le sue condizioni si sono sempre più aggravate. È stato un calvario di esami e cure per cercare di recuperare una situazione che invece andava sempre peggio.
In tutto il tempo Riccardo non si è mai lasciato prendere dalla disperazione e dallo sconforto.
Era costretto sul divano, ma quando veniva suo figlio Andrea da scuola, aveva per lui il sorriso, l’attenzione per i suoi racconti della giornata. Trovava addirittura il modo di giocarci insieme, anche se limitato come era. Trasmetteva serenità. Tranquillizzava le persone che gli stavano vicino. E non ha mai smesso di vivere.

Una settimana prima di morire, una mattina di quello splendido ottobre che entrava dalla finestra aperta alla vista degli olivi e del mare sottile in lontananza, Riccardo ha avuto la forza di prendere una piccola chitarra brasiliana, il cui nome non ricordo, di sostituirvi le corde che non ne aveva di adatte, di accordarla perfettamente, e di studiare i migliori accordi per eseguire la musica brasiliana. Alla fine della mattina ha cominciato a comporre una “bossa nova”, travolgente e malinconica allo stesso tempo.
Ed era Riccardo, così capace di vita, che un pomeriggio di due giorni dopo riceve una telefonata: un suo amico che gli chiedeva di incontrarlo. Questa persona, dopo Riccardo mi ha spiegato, è un ludopatico, con doti nascoste e confuse di musicista. Riccardo lo aveva incoraggiato a intraprendere una strada di studio e di impegno. Lo aveva unito a una band che era adatta alle sue caratteristiche vocali e culturali. Alla fine della telefonata gli ha detto:
“Certo, chiamami quando vuoi, non ti preoccupare!”

Fantastico! Tutti gli hanno voluto bene.
Mi ricordo di quando, iscritto alla facoltà di ingegneria, per farmi contento più che per vocazione, dopo appena un anno e solo tre esami superati, venne da me a confessarmi che per lui ingegneria non andava bene: lui voleva fare il musicista, le percussioni.
Confesso che rimasi deluso: temevo per lui una vita di stenti, a inseguire un successo difficilissimo e mai scontato. Non dissi niente se non di impegnarsi in questo percorso che io comunque avrei sostenuto.
Mai avrei immaginato quanta ricchezza e amore avrebbe portato quella strada. Tutt’altra cosa da una via lastricata di modelli e di formule non certo adatte ad allenare il cuore.

Paolo, il babbo di Riccardo

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