Carl Rogers, Julio Velasco e l’autenticità
Ho iniziato a giocare a pallavolo a sedici anni, nel 1985. Ho subito amato questo sport, molto completo, nel quale l’Italia eccelle quasi ininterrottamente dal 1989. Proprio in quell’anno la nazionale italiana maschile vinse inaspettatamente il campionato europeo, dando inizio a una serie di successi tale per cui quella squadra venne nominata “la generazione di fenomeni”. L’allenatore era Julio Velasco. Lo stesso Julio Velasco che, dopo una carriera costellata di successi, ha appena guidato la nazionale italiana femminile nell’olimpo della pallavolo mondiale, aggiudicandosi in sequenza olimpiade, Nations League e campionato mondiale.
Recentemente Velasco ha dialogato con il giornalista Jacopo Volpi al teatro Valli di Reggio Emilia. L’ascolto dell’intervista1, che nella sostanza è un interessante monologo di circa un’ora, ci fa capire il motivo per cui l’allenatore argentino venga spesso invitato nelle aziende per parlare di leadership, mentalità vincente e costruzione dello spirito di squadra.
Velasco ha parlato pochissimo di tecnica e tattica pallavolistica. Non ha nemmeno citato il suo cavallo di battaglia, cioè la famosa “cultura degli alibi”, esemplificata da quella storiella secondo cui la causa dell’errore di uno schiacciatore discende a cascata sul palleggiatore e sul ricevitore, per poi arrivare a incolpare l’elettricista che ha posizionato le luci nel palazzetto.
Velasco ha parlato dell’importanza del rispetto delle persone, della necessità di criticare senza giudicare. Ha inoltre sottolineato l’importanza del “fare” e che “l’apprendimento passa per l’errore”: l’errore è il feedback necessario per imparare a fare, così come la caduta è necessaria al lattante per imparare a camminare. Questa premessa è necessaria per ridurre gli errori in un’atmosfera scevra dalla colpa e dalle insicurezze che ne conseguono.
Da genitore ho anche apprezzato un passaggio che ho provato ad applicare nell’educazione dei miei figli: l’importanza di educare alla responsabilità individuale nella gestione delle situazioni personali, anche quelle più difficili e ingiuste. Riporto testualmente le parole con cui Velasco stimolava la figlia alle prese con un’insegnante particolarmente difficile:
“Nella vita troverai altri che ce l’hanno con te. Devi imparare a essere promossa con una che ce l’ha con te. Ti devi arrangiare.”
All’incirca a metà dell’intervista, Velasco ha parlato dell’importanza dell’autenticità. Ha sottolineato come i giocatori, soprattutto i giovani, diano molta importanza al fatto che l’allenatore si mostri nella sua natura, sia equo e che le sue parole siano allineate ai fatti. Se un allenatore è percepito come autentico, si forma un’unità di squadra solida e vincente. Riporto le sue parole:
“Se l’allenatore non ha due facce, allora i suoi giocatori o giocatrici lo rispetteranno, anche se a volte vorrebbero mandarlo a quel paese. Se non è giusto, allora avrà grossi problemi.”
A quel punto non ho potuto fare a meno di pensare a Carl Rogers, uno dei pionieri della psicologia umanistica, al quale ho già dedicato gli articoli Il libro “Un modo di essere” di Carl Rogers e La gioventù secondo Carl Rogers e Daisaku Ikeda. Nella sua terapia centrata sul cliente, Rogers sosteneva che le tre condizioni che favoriscono la piena fioritura di un individuo sono empatia, autenticità e accettazione incondizionata. Questi tre ingredienti sono necessari per favorire lo sviluppo di quella che Rogers definiva la tendenza all’auto-realizzazione, cioè la spinta innata di ogni organismo vivente a sviluppare le proprie potenzialità, a crescere e a migliorarsi. Col passare degli anni Rogers iniziò a comprendere e sperimentare che quella teoria fosse applicabile ad altri tipi di relazione, come quelle tra genitori e figli o tra insegnanti e studenti. Intorno agli anni 60 iniziò a sostituire la dicitura “terapia centrata sul cliente” con “approccio centrato sulla persona”, e intuì come questo approccio, soprattutto l’ascolto empatico e autentico, potesse essere efficace e vincente anche nelle relazioni tra gruppi e comunità.
Ai massimi livelli, dove le squadre hanno una sostanziale equivalenza di valori tecnici e tattici, la cura delle relazioni e l’aspetto pedagogico fanno la differenza. Aldilà degli aspetti prettamente sportivi, il compito principale dell’allenatore è quindi far fiorire il pieno potenziale di ogni persona in maniera armoniosa all’interno della squadra. La cura di ogni singola persona risulta vincente anche nello sport, così come lo è in ambito familiare, scolastico e aziendale.
L’approccio centrato sulla persona ha un potenziale grandioso, che Rogers ci ha svelato nella seconda parte della propria vita. Si impegnò in prima persona per dimostrare che il dialogo centrato sull’ascolto empatico e autentico potesse ridurre tensioni sociali e belliche. Grazie alla sua opera di facilitatore di dialogo, diede un concreto contributo per la risoluzione dei conflitti in Irlanda del Nord e in Sudafrica. Per questo motivo fu candidato al premio Nobel per la pace nel 1987, l’anno della sua morte.
Rimpiango i tempi in cui i candidati al premio Nobel per la pace erano veri costruttori di pace!
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