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Il libro “Il codice di Schrödinger” di Riccardo Adami

Il libro “Il codice di Schrödinger” di Riccardo Adami

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Sono felice di condividere le mie riflessioni dopo la lettura del libro “Il codice di Schrödinger”, scritto dal mio caro e brillante cugino Riccardo.
Si tratta di un’opera con la quale Riccardo ci avvicina al cuore della fisica quantistica attraverso il racconto degli studi e delle esperienze che hanno costellato il suo percorso accademico. È un racconto avvincente, curato nei particolari, ricco di riferimenti storici e scientifici e di aneddoti personali, attraverso cui Riccardo riesce a guidare il lettore nell’universo quantistico: sovrapposizione, entanglement, collasso quantistico, fino ad arrivare ai moderni sviluppi della crittografia quantistica. Diciamo che è riuscito a rendere un po’ meno vera la frase che Richard Feynman, uno dei fisici più importanti del Novecento, pronunciò in una conferenza nel 1964:
“Penso di poter affermare con sicurezza che nessuno capisce la meccanica quantistica”.

Ho iniziato a leggere il libro con molta curiosità, sperando in prima battuta di dare una spolverata a ciò che è rimasto dei miei studi universitari sull’argomento. E invece ho trovato una sorpresa, e cioè un ulteriore punto di contatto tra scienza e spiritualità che è al centro di molti dei miei articoli. Prima di procedere, chiarisco che ciò che segue è una mia elaborazione personale, mentre il testo di Riccardo espone la teoria scientifica senza alcuna incursione in temi metafisici e spirituali.
La frase di Feynman citata sopra si basa sul fatto che l’interpretazione più diffusa della fisica quantistica, nota come interpretazione di Copenhagen, ci propone concetti che contrastano col senso comune e sono quindi difficili da capire e da spiegare:

  • il paradosso del gatto di Schrödinger, contemporaneamente vivo o morto finché non viene osservato
  • il fotone che passa contemporaneamente attraverso due fenditure.
  • l’entanglement, che implica in modo controintuitivo la presenzai di correlazioni a distanza tra particelle e, di conseguenza, il carattere non locale della realtà fisica.

L’interpretazione di Copenhagen della meccanica quantistica, la cui completezza fu messa in dubbio da Einstein col famoso paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen, non è però l’unica teoria sull’argomento. Riccardo cita nel libro la teoria di David Bohm, formulata nel 1952. È un esempio di teoria a variabili nascoste, con la quale è possibile ottenere una descrizione realistica, causale e deterministica dei sistemi fisici. Non scendo nei dettagli che potete trovare nel capitolo ottavo “L’uomo che salvò la realtà”. Riporto però un estratto significativo1.

La teoria di Bohm salva i gatti dal non essere né vivi, né morti e i fotoni dal dover passare ciascuno attraverso due fenditure; ma c’è una cosa, forse la più magica di tutte, sulla quale persino la sua forza normalizzatrice non ha effetto. Si tratta proprio della non-località. Ciò che accade quaggiù può avere un qualche effetto lassù. Istantaneamente.

Eccola la parola illuminante: non-località. Potremmo dire in altro modo che la non-località implica una correlazione a distanza tra elementi della realtà. Ma l’interconnessione della realtà non è proprio il principio di base delle principali tradizioni orientali, che il fisico austriaco Fritjof Capra approfondì nel 1972 nel suo illuminante libro “Il Tao della fisica”? Ecco una frase in cui Capra ci parla di non-località2:

Quanto più profondamente penetriamo nel mondo submicroscopico, tanto più ci rendiamo conto che il fisico moderno, parimenti al mistico orientale, è giunto a considerare il mondo come un insieme di componenti inseparabili, interagenti e in moto continuo, e che l’uomo è parte integrante di questo sistema.Per quanto ci addentriamo nella materia, la natura non ci rivela la presenza di nessun «mattone fondamentale» isolato, ma ci appare piuttosto come una complessa rete di relazioni tra le varie parti del tutto.

Nel Buddismo della Soka Gakkai esiste il concetto di “mutua inclusione di un istante di vita con tutti I fenomeni”. Considerando che sono parole scritte intorno al 1250 dal monaco giapponese Nichiren Daishonin, direi che il seguente estratto possa essere considerato un buon predecessore del principio di non-località3.

La vita in ogni singolo istante abbraccia il corpo e la mente, l’io e l’ambiente di tutti gli esseri senzienti dei Dieci mondi e anche tutti gli esseri insenzienti dei tremila regni: le piante, il cielo e la terra, fino al più piccolo granello di polvere. La vita in ogni singolo istante permea l’intero regno dei fenomeni e si manifesta in ognuno di essi

Dal 1960 in poi gli studi e gli interessi di Bohm si estesero al mondo della metafisica e della spiritualità. È da approfondire la sua intensa collaborazione col filosofo Jiddu Khrishnamurti, col quale nel periodo 1962 – 1983 ebbe dialoghi riguardo all’esplorazione della coscienza. Nel 1980 Bohm pubblicò il libro “Wholeness and implicate order”, con cui presentò la sua visione dell’universo come totalità indivisa, fondata su un ordine profondo e “implicato” da cui emerge il mondo frammentato dell’esperienza quotidiana.

Il pensiero di David Bohm va, nella mia personale interpretazione, ad affiancare le mie riflessioni su Einstein, Faggin, Capra che ho raccontato nella categoria Scienza e spiritualità.
Grazie Riccardo!

Se vuoi, invia il tuo commento a info@esperienzedivalore.it, sarò felice di risponderti.

  1. “Il codice di Schrödinger”, Riccardo Adami, edizioni Dedalo, pag.122-123 ↩︎
  2. “Il Tao della fisica” di Fritjof Capra, Edizioni Adelphi, 1982 ↩︎
  3. https://biblioteca.sgi-italia.org/rsnd/il-conseguimento-della-buddita-in-questa-esistenza ↩︎
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